
A sto giro abbiamo deciso di alzare l’asticella. E pure la brutalità della sveglia. Ritrovo ore 5:15, quell’orario in cui anche Google Maps ti guarda con preoccupazione.
Destinazione: Ghiacciaio del Morteratsch, in Svizzera.
La Svizzera, però, si è fatta sentire ben prima del confine: “Chi arriva dopo le 8 verrà duramente punito”. Non so bene cosa prevedesse la pena, forse fustigazione con le mezze corde? obbligo di rifare il cordino da ghiacciaio davanti a tutti? ma il messaggio è arrivato forte e chiaro.
E infatti alle 8:15, dopo il pit stop scarponi, zaino in spalla e partiamo finalmente verso il ghiacciaio. Circa un’ora e mezza di avvicinamento con davanti agli occhi questo gigante assurdo: enorme, brillante, vivo. Più ci avvicinavamo e più ci rendevamo conto di quanto fosse assurdo essere lì davvero. Ancora adesso faccio fatica a credere di averci davvero camminato sopra.
Arrivati ai piedi del ghiacciaio, zero perdite di tempo: imbraghi, ramponi, picozza, divisione in cordate e via con la progressione in conserva. O almeno… quasi via. Perché prima c’era lui, il nemico della giornata, il famigerato cordino da ghiacciaio.
“Com’è che si faceva?”
“Asola.”
“No aspetta, controasola.”
“No quella era prima.”
“Ferma tutto.”
“Ma questo gira da sotto o da sopra?”
Alla fine, tra nodi rifatti trenta volte e dignità progressivamente abbandonata sul ghiaccio, riusciamo a partire davvero. E lì arriva una delle cose più belle della giornata: il rumore dei ramponi sul ghiaccio, quasi rilassante. Progrediamo tra piccoli crepacci, crestine e distese bianche che sembrano uscite da un altro pianeta.
Poi si entra nel vivo. Quattro stazioni, ognuna con qualcosa di utile da imparare. E qualcosa di facile da dimenticare cinque minuti dopo.
- recupero da crepaccio
- metodi di progressione
- calata su fungo di neve
- soste su ghiaccio e abalakov
Tante manovre. Tante cose da ricordare. E soprattutto tante cose che speriamo sinceramente di non dover mai usare davvero.
Alla stazione del recupero da crepaccio arriva il mio momento. E ovviamente ritorna lui, il maledetto cordino.
Nel frattempo il mio compagno di cordata è nel crepaccio e io tengo la trattenuta, cercando di dare al tutto un’aria vagamente sotto controllo.Sciogli asola. Passa il nodo. Recupera il compagno, ma sopratutto lucidità.
Ci alterniamo, proviamo, riproviamo, sbagliamo e rifacciamo.
Intanto però il tempo passa. La fame invece no. La fame resta. Persistente.
Forse avrei dovuto organizzarmi come alcuni miei compagni che tra una manovra e l’altra tiravano fuori banane, piadine, barrette e probabilmente anche un pranzo di Natale completo. Menzione speciale per chi mangiava piadine sul ghiacciaio con forchetta e calma olimpica, come fosse a un picnic sul lago di Como. (Riferimenti puramente casuali)
E comunque sfatiamo un mito: “Sul ghiacciaio farà freddissimo!” Non oggi. Siamo tornati tutti con una gradazione di colore nuova… la crema solare ha fatto quello che poteva.
Dopo l’ultima stazione, iniziamo la discesa, sistemiamo il materiale e ci dirigiamo al parcheggio.
Prima di chiudere la giornata, confronto finale con gli istruttori sulle manovre fatte, sulle cose da ripassare e, ovviamente, sul maledetto cordino da ghiacciaio, che probabilmente stanotte comparirà nei sogni di qualcuno, spero non nei miei.
E infine, come ogni uscita che si rispetti: birretta, chiacchiere e risate tutti insieme.
Report di Marco / Mannarino / Baffo / Tamarindo / Priore(ancora in attesa di capire quale sarà il soprannome definitivo)




