
Sabato:
Ore 3:30. La sveglia suona e io ho un pensiero solo: chi me l’ha fatto fare?
Nel parcheggio alle 5:15 ci troviamo tutti. Il meteo è indeciso come me. Piove? Non piove? Boh. Partiamo.
Appena usciti dal parcheggio notiamo una macchina con il baule aperto, e di chi era? Beppe. Glielo richiudiamo come brave persone e ci avviamo.
Dopo 10 km arriva una telefonata: nella macchina dietro erano in cinque, tutti sopra il metro e novanta. Non respiravano. Morale: io mi sposto, cambio macchina e l’equilibrio del gruppo ringrazia.
Arriviamo al Passo Sella e gli altri non ci sono. Aspettiamo, rimescoliamo le cordate, confusione totale. Io sapevo solo che dovevo essere legata a qualcuno e che mi tirassero su.Avvicinamento breve ma con la corda in spalla. La corda. La maledetta corda.
Iniziamo la via, ero in cordata con il Terra che mi ha guidata bene e con pazienza – e già questo basta.
Dietro di noi Stefano e Leonardo, che però hanno deciso di cambiare nome a caso durante tutta la via. Dietro ancora: Simone, Francesco e Giacomo, ma erano tipo i Pokémon leggendari: si sapeva che c’erano, ma non li ho visti per tutta la via.
Ultimo tiro:“occhio che c’è un passaggio esposto”.Proprio lì, inizia a piovere.
- “Stefano, piove”.
- “Vai”.
- “Ma Stefano—”
- “Muoviti, sali.”
E io… salgo. Occhi chiusi, cuore aperto.
Momento calate. Eravamo tipo in quindici. Coordinati come un’orchestra senza direttore. Poi arriva Milesi che in cinque minuti ci lega, ci cala, ci piega, ci impacchetta.
Bar, birretta e chiacchiere. Arriviamo in hotel. Alcuni si fiondano al bar mentre io ed Elisa doccia deluxe: un’ora e mezza di pace interiore. Quando scendiamo ci accolgono come superstiti del Titanic.
Spritz Campari? ovvio! A stomaco vuoto, perché le scelte di cuore non sono mai ragionevoli... Subito dopo Elisa ne rovescia mezzo con una mossa alla Rocky Balboa.
Finalmente si cena! Finalmente, per modo di dire. Quattro tristi ravioli Rana al burro e formaggio dell’Est Europa, patate in pensione, salsiccia verde (ma Gigi se l’è mangiata lo stesso) e il cameriere argentino che era forse il nipote del Papa.Al momento del conto spritz-birre-patatine, il gruppo va in crisi. Momento peggiore di tutto il weekend.
Domenica:
Ore 6:20. La sveglia suona. Il letto era tipo altare sacrificale: cuscino alto come una rupe, corpo sepolto nel materasso.Il cielo di nuovo indeciso. Piove? Non piove? Chi può dirlo. Si parte, altra via da fare. Fortunatamente sono ancora in via con il Terra, e in cordata con Federico: super preciso, mi ha guidato come un GPS umano.
Partiamo.
Primo tiro: perché sono qui?
Secondo tiro: voglio tornare a casa.
Terzo tiro: vabbè però è bello, dai. (Questo si chiama processo di accettazione verticale.)
Terzo tiro faticoso, ma arrivo finalmente da Federico. Lui riparte subito, sparisce oltre la roccia e dopo pochi minuti non lo vedo più e – ovviamente – non mi sente nemmeno. Rimango lì in sosta, da sola, con la corda in tensione e il secchiello che ormai sembrava parte dell’arredo. Cerco di capire come liberarmi, ma niente. Ero appesa come un salame, in attesa di un segno divino. Fortuna vuole che arrivi Flavio, che mi trova lì penzolante, seguito da Giacomo e dal Terra: missione collettiva per liberarmi dal secchiello e rimandarmi in direzione Fede.Io arrampico. Federico mi aspetta in sosta. Io arrampico. Piove. Io arrampico. Dentro urlavo, fuori facevo la dura.Ultima sosta. Finito! Si mettono scarpe, guscio e via che ci si prepara a calarsi.
Arrivi al sentiero e ti illudi che sia finita.E lì… esce il sole, fa caldo. Togliamo tutto. Guscio, pile e pure la dignità.
Cinque minuti di cammino: diluvio. Ma diluvio vero. Scappiamo giù verso le macchine, sembravamo i personaggi di un film catastrofico ambientato tra le Dolomiti.
Due giorni in cui più volte ho pensato “ma chi me lo fa fare?” e altrettante ho risposto, senza neanche accorgermene, che è per questo che vale la pena farlo.
Perché in mezzo alla fatica, all’adrenalina, alle scarpe zuppe e alle risate c’è quel momento in cui alzi lo sguardo dalla roccia, respiri forte e ti accorgi che lì, proprio lì, sei esattamente dove volevi essere.
E forse è anche questo che rende tutto un po’ più speciale: sapere che questa è stata l’ultima uscita del corso.Un po’ di tristezza c’è – inevitabile – ma è quella bella, quella che ti rimane addosso quando hai vissuto qualcosa di vero.Grazie a chi c’era, davvero.
A chi mi ha seguita, guidata, fatta ridere quando serviva.
A chi mi ha aiutata senza troppe parole, con pazienza e presenza.
Kim





