Emozioni forti sulle crode

Gruppo montuoso: 
Pale di San Martino

«Sabato facciamo ritrovo alle ore 6:00 e partiamo»

«Possiamo fare alle 7:00 che so già che venerdì sera non andrò a letto presto?»

«Allora facciamo ritrovo 6:30 e tu dormi tranquilla in macchina»

«ANDATA»

Con questa trattativa inizia il nostro weekend dolomitico sulle Pale di San Martino. Grande team del weekend: Beppe alla guida, coadiuvato dal copilota Federico e dietro, tra un sonnecchio e una velleità da anno sabbatico Mitch e Càvasin. Il viaggio scorre veloce e a mezzogiorno siamo al parcheggio della Val Canali. Un ragazzo, chiedendoci di pagare il pedaggio come Little John, ci fa da guida nell'intricato sistema di pagamento e Beppe dalla macchina gli urla: «Ué va' che io sono del Soccorso Alpino, se c'è qualche sconto applicalo!» e il ragazzo, con ghigno beffardo, risponde prontamente: «Ah, conosci Il Ciccio allora?» e altrettanto beffardamente Beppe risponde prontamente: «Ma certo!». Mi sembra inutile dire che Milesi non abbia idea di chi sia Il Ciccio, ma con grande poker face riesce a raggirare il nostro Little John, che in ogni caso non ci applicherà alcuno sconto. E sfiga vuole che non ci sia nemmeno posteggio libero nel punto più alto della strada, perciò ci toccherà allungare l'avvicinamento di ben 10 minuti preziosi.

Saltellando come cerbiatti in mezz'ora siamo al Rifugio Treviso. L'obiettivo di domani è scalare la Frisch-Corradini alla Pala del Rifugio, ma il rifugista ci mette una pulce nell'orecchio: potrebbe essere bagnata a causa delle piogge dei giorni scorsi. Per toglierci ogni dubbio andiamo a verificare il fatto, che si rivelerà essere un misfatto, perché cavolo è bagnata veramente! Uno zoccolo di una cinquantina di metri separa l'attacco dalle porzioni di roccia più alte e asciutte... La parete è esposta a nord-ovest e non tira un filo d'aria... Non si asciugherà mai.

Andiamo a schiarirci le idee e a riflettere su un piano B andando a percorrere la Via del Timillero-Secco alla Punta della Disperazione sopra al rifugio. La disperazione sta nell'avvicinamento, costituito da mezz'ora di puro schiumamento al sole delle 14:00, per poi scoprire che l'attacco si trova in una ghiacciaia e che la parete è esposta meno a ovest di quanto pensassimo, tanto da essere in pieno Nord. Ma i quattro battaglieri non si lasceranno fermare da una maglietta sudata, sfidando il quarto grado dolomitico e l'ipotermia fino al caldo sole della cima.

Torniamo al rifugio pregustando la deliziosa cena che ci aspetta e ragioniamo sul piano B di domani, che sotto consiglio di vari passanti finirà per diventare la Scalet-Bettega al Sass d'Ortiga. L'indomani partenza dal rifugio alle 6:15. L'avvicinamento è lungo: in poco più di un'ora arriviamo alla Forcella delle Mughe e da lì abbandoniamo il sentiero per percorrere un'atletica ferrata che in un'altra ora ci conduce all'attacco della via. Scaliamo velocemente gli 80 m di zoccolo che ci separano dall'inizio vero e proprio della verticalità e si parte con le danze:

«La relazione di Red Climber definisce la roccia come indimenticabile»

«Sì, ma ricordiamoci che il tipo di Red Climber viene dall'Appennino, potrebbe essere un tipo che si emoziona facilmente»

Il primo tiro in effetti non ci fa capire se intendesse indimenticabile nel senso di bella o nel senso di marcia (perché se ci pensate bene, sono sicura che vi ricordate anche di gran marcioni che avete visto 20 anni fa, facendoli diventare indimenticabili appunto), ma passato quello la situazione migliora, ritrovandoci a salire su placche verticali incredibilmente lavorate con un grip pazzesco. Che meraviglia! La verticalità si fa sentire, guardare giù a volte porta a una piccola stretta allo stomaco, eppure l'entusiasmo non si spegne mai. Con un buon ritmo scaliamo un tiro dopo l'altro. Mitch libera un tiro dato VI+ o A1 con la nonchalance che solo chi si alimenta a gnocco fritto e tigelle potrebbe avere e poi arriva il fatidico tiro del diedro: ogni relazione che abbiamo lo definisce come spettacolare, ma sicuramente non sono altrettanto concordi sul grado, dato che alcune relazioni lo danno V+ e altre VI+... Mi sento confusa. Parto per constatare subito che il grado si avvicina più a un VI: le difficoltà sono continue, riposare risulta molto difficile, tanto che arrivata a tre quarti mi sento completamente cucinata. La fatica dell'avvicinamento e della via percorsa fin qui, uniti allo scarso allenamento dell'ultimo anno si fa sentire, tanto da ritrovarmi con la mente poco lucida per affrontare gli ultimi passi duri.

«Vuoi che facciamo cambio, vado io?» un'angelica voce mi arriva dal basso.

«SÌ, TI PREGO!»

Mitch passa al comando e con quattro passi di danza vince ogni difficoltà, portandoci verso la cima.

La vista dalla vetta è indescrivibile: siamo circondati da quelle che Ettore Castiglioni chiamava "le crode", immense pareti verticali che farebbero sentire piccolo ogni alpinista che si ritrovasse ad ammirarle. Un senso di inquietudine ti pervade quando immagini di essere un puntino minuscolo che cerca di vincerle, ma appena lo sguardo si sposta più su, sul cielo blu e le bianche nuvole che accarezzano i profili delle creste circostanti, un senso di sollievo toglie questo peso dal petto, facendoti sentire leggero e parte del tutto.

A questo punto della mia vita di paesaggi e panorami credo di averne visti tanti, ma ogni volta è sempre emozionante e oggi lo è così tanto che sento un piantino salirmi in gola.

Veloce foto di vetta e affrontiamo la discesa insieme alla cordata Giacomo-Giacomo appena conosciuta.

La discesa avviene velocemente sognando una pizza alla Fenadora — che vale tanto quanto una "biga" d'oro (anche se nella biga ci andrebbe la "f") — che mangeremo lungo la strada.

Rientriamo a Seregno alle h00:30, con occhi stanchi ma cuori ricolmi di bellezza e bellissimi ricordi del weekend appena trascorso.

Grazie amici!

 

Dalla Càvasin

16/09/2026