
Alessandra lancia la proposta: “Chi viene sull’Adamello?”. Dopo almeno 10 cambi di data, finalmente ci siamo. Sabato 30 agosto si parte. Ore 20:00 — Ale ed io parcheggiamo in zona Rifugio Premassone (1.650 m), in Val Malga. Poco dopo arriva il resto del team: Tia, Vale e Lisa. Ceniamo con posate decisamente poco consone, prepariamo gli zaini e regoliamo i ramponi. Nel senso che stacchiamo il cartellino, talmente erano nuovi. Poi settiamo le auto per dormire. Sì, si può camperizzare anche una Mini. Ore 22:00 — Siamo “a letto”. La sveglia è alle 3:30, quindi l’obiettivo è dormire il più possibile. A mezzanotte si accende il motore di una macchina. Erano Vale e Lisa. Il primo pensiero è stato: “Ok, mollano”. D’altronde Lisa ha già scalato la cima, no?! Per fortuna stavano solo cercando di spegnere le luci. Si torna a dormire.
Ore 03:30 — Sveglia. Ci vestiamo, ultimo check agli zaini. Ore 04:00 — Frontalini accesi. Si parte. Il sentiero all’inizio sembra stranamente facile e, soprattutto, non troppo faticoso. Sensazione durata pochissimo. Arriviamo alle famigerate Scale del Miller e iniziamo a salire. Buio totale: vediamo solo i due metri davanti a noi. Forse meglio così. Non sapere dove finissero quelle scale era probabilmente una forma di tutela psicologica. Ore 05:40 — Arriviamo al Rifugio Gnutti, 2.166 m. Una piccola finestra illuminata e praticamente nient’altro. A malapena riusciamo a distinguere i profili delle montagne intorno alla valle. Brevissima pausa e si riparte. Percorriamo tutta la stupenda Val Miller su un sentiero che di verde avrà sempre meno. Dopo poco più di due ore, tra rocce e sfasciume, arriviamo finalmente all’attacco della Via Ferrata Terzulli. Imbrago, caschetto e via. Inizia una lunga serie di catene che, metro dopo metro, ci porta al Passo dell’Adamello, 3.240 m. E qui arriva il ghiacciaio del Pian di Neve.
Ramponi ai piedi e si riparte sul ghiaccio, seguendo la cresta rocciosa che porta verso la cima. Davanti a noi: una vista completamente fuori scala. Tutto il gruppo dell’Adamello, con al centro questo enorme strato bianco circondato dalle cime. Per un attimo quasi ci dimentichiamo della fatica. Quasi. Dopo circa mezz’ora sul ghiacciaio arriviamo sotto l’ennesima parete. E, come tutte le precedenti, anche questa andava scalata. Ci togliamo i ramponi. Due alpinisti accanto a noi decidono di interrompere la salita: dalla valle si sta alzando un nuvolone. Momento riflessione. Abbandonare o continuare? Il meteo dà sole, il nuvolone non sembra venire nella nostra direzione. Mattia, senza pensarci troppo: “Ragazzi, io vado su.” Vale a seguito. Ale: “Facciamo una volata in cima e poi scendiamo.” Controllo il meteo dal satellitare. Bello. Ok, si va. Tempo circa due minuti e mi giro verso l’alto. Vale, Ale e Tia ci avevano già staccato di tipo 20 minuti. Guardo Lisa. Lei guarda me. Non abbiamo risposte. Decidiamo quindi di proseguire con calma. Nel frattempo iniziamo a chiedere a chi scende: “Quanto manca?”. “Un’oretta e venti.”
Ok. Un po’ pieni, ma continuiamo. Pausa. Ci giriamo a guardare il Pian di Neve. “Beh, comunque sono contento di essere arrivato fino a qui.” “Massì, tanto non è che importi poi così tanto la cima. Siamo arrivati fin qui.” Ci rialziamo. Altro pezzo. “Quanto manca?” “40 minuti.” Peccato che la risposta sia stata “40 minuti” per circa mezz’ora, nonostante avessimo chiesto a una decina di persone diverse. Nel frattempo intravedo finalmente una cima. “Lisa, ci siamo quasi.” Saliamo altri due metri. La cima dell’Adamello era dietro. Ovviamente. Altri 20 minuti e finalmente eccoci. Vetta. 3.539 m. Dopo quasi 8 ore di salita e 2.000 m di dislivello positivo, ce l’abbiamo fatta. La vista è pazzesca. Foto, video, campana e finalmente si mangia. Non troppo tranquilli però: Ale inizia a trainare il gruppo. Bisogna scendere prima che il nuvolone ci raggiunga. Da qui in poi: solo discesa. Solo ginocchia che iniziano a urlare.
Il mal di montagna comincia a farsi sentire, ma l’obiettivo è uno solo: scendere dalla Terzulli prima che arrivi il brutto tempo. Dopo un’ora siamo finalmente fuori da quelle infinite roccette. Ramponi di nuovo e via sul ghiacciaio. Lisa: “Secondo voi regge?”. Ci mostra lo scarpone. Il rampone era metà sullo scarpone e metà fuori. Sistemiamo il tutto e continuiamo. Il Pian di Neve non sembra più quello di qualche ora prima: adesso ci sono fiumi d’acqua che scorrono ovunque. Attraversiamo il ghiacciaio e torniamo all’attacco della ferrata. Le nuvole si abbassano, ma fortunatamente il vento le sta spingendo nella direzione opposta alla nostra. Vale, nel frattempo, comincia a fare i conti con il mal di montagna. Il suo obiettivo diventa uno solo: scendere sotto i 3.000 m, quota alla quale, di solito, il mal di testa le passa. “Raga, dobbiamo muoverci.” Da quel momento ogni metro guadagnato verso il basso viene contato. Pause sopra i 3.000: temporaneamente vietate. Nei tratti senza catene, Vale passa davanti a tutti e inizia a trascinarsi giù a una velocità realisticamente non umana, in stile Mission Impossible. Man mano che perdiamo quota, il bollettino medico migliora. Ancora qualche metro, ed eccoci scesi dalla Terzulli. “Il peggio è andato.” Spoiler: no.
Ci disimbraghiamo e ripercorriamo il sentiero dell’andata, tra rocce e sfasciume. “Raga, io non ricordo sto pezzo.” Ale: “Sì sì, siamo in traccia.” Tia decide di continuare sull’altro sentiero. Noi proseguiamo, ma il dubbio rimane. Il sentiero giusto era poco più in alto. Era quello di Mattia. Il nostro era un altro. Ma ormai eravamo lì, e quindi avanti. Beh, che dire. Non credo ci sia stato un solo sasso su cui abbiamo messo il piede che sia rimasto al suo posto. Scendere in posizione eretta non era più contemplato. Quel pezzo ce lo siamo fatto preventivamente di culo. Da lontano sembravamo persone completamente inesperte alle prese per la prima volta con un sentiero di montagna. E forse, a quel punto, lo eravamo diventati davvero. Finito quel tratto, continuiamo nell’infinita discesa. I piedi implorano un filo d’aria. La strada, invece, non sembra finire mai. 12 ore e 30 di cammino. Manca ancora un’ora e mezza al Rifugio Gnutti. Ogni liquido bevibile è finito durante la ferrata. Per fortuna avevo comprato un filtro che permette di bere e filtrare praticamente di tutto. Esatto. Comprato. Messo nel mobile. E mai messo nello zaino. Quindi niente. Sogniamo il Rifugio Gnutti e qualsiasi bevanda ci possa rimettere temporaneamente in vita.
Tra una telefonata satellitare in stile NASA e una Coca-Cola che Lisa shotta in un secondo, ci rialziamo. Mezzi zoppicanti, ripartiamo. Ultime due ore. Quelle che ci separano dal parcheggio. Dalla macchina. Dalla civiltà. Dalla fine di questa ascesa. Le Scale del Miller erano sicuramente più belle col buio. E dopo due ore, qualche allucinazione e un totale di 15 ore e 30 minuti, finalmente arriviamo al parcheggio. Ci guardiamo. E ci chiediamo una cosa sola: come cazzo abbiamo fatto a fare tutta quella strada dalle 4:00 del mattino?Comunque Adamello: stupendo. Fatica: tanta. Dolori: non pervenuti, per ora. Compagnia: 10/10.Lo rifacciamo? Chiedetecelo tra qualche giorno.Per tutte le informazioni tecniche, non chiedete ad Ale. Purtroppo il suo orologio si è spento a metà discesa, perdendo tutti i progressi fatti. La montagna ha vinto anche contro la tecnologia.
Marco P.





