Polimagò

La gioia dopo il traverso della L7
Regione: 
Lombardia
Gruppo montuoso: 
Masino-Bregaglia
Località: 
Val di Mello
Difficoltà: 
VI+

Per chi mastica di arrampicata il nome Polimagò richiama le più recondite paure che il climber ha dentro di se, la fama di questa via incute molto timore  e rispetto reverenziale.

Nei giorni precedenti alla salita ho patito molto la sua nomea. Quando Manuel me l’ha proposto ho passato un pomeriggio a guardare e riguardare su internet i video del traverso e le foto degli altri tiri impegnativi. Confesso che l’ansia mi stava annientando, aveva preso il sopravvento, ma pian piano sono riuscito a scacciarla anche grazie alle rassicurazioni di Alessio che l’aveva già salita.

 

Così senza pensarci più, mi ritrovo a far colazione al bar Monica di San Martino tra le varie foto, storiche e non, dell’arrampicata in "Valle".

 L’avvicinamento scorre rapido ed indolore tra i dorati color autunnali dei bellissimi boschi della riserva naturale e in meno di un ora siamo sotto lo “Scoglio della Metamorfosi”.Da pessimi caiani attacchiamo tardi, 10:45.

 Il primo tiro di Luna nascente scorre tranquillo come se fosse routine e ci porta alla prima vera lunghezza di Polimagò, un camino largo che pian piano si stringe fino  alla sosta sotto la porta del cielo. Già il camino… terrore di molti moderni climber che hanno disimparato la tecnica che era  pane quotidiano per i loro avi alpinisti.

Il terzo tiro inizia di nuovo nel camino formato dalla “porta del cielo”, ma ti obbliga poi ad uscirne per salirla in dulfer e alla fine camminarci sopra (vedi foto per capirci qualcosa..). Ti ritrovi seduto su quest’enorme lama staccata con i piedi a penzolo al suo interno, è un luogo unico al mondo, a dir poco incredibile; seduto mentre recuperi il tuo compagno puoi guardare dall’alto tutta questa valle unica, dominata dall’imponenza del Disgrazia. 

La valle si oscura quando sei concentrato su un tiro di placca con troppi pochi chiodi, vedo Manuel tremare ed esitare, non è da lui, è uno dal piede fermo in placca; sintomi da chiodatura rarefatta…

Un tiro un po’ più “banale”, porta sotto la lunga fessura di più di 40 metri che tende a sparire poco dopo la sosta. È una lunghezza costante e impegnativa con un delicato passaggio in placca prima della sosta.È da qui che comincia il suo leggendario traverso, sprotetto per più di 20 metri. È solo la ciliegina sulla torta di una via che tiro dopo tiro ti svuota dentro. Solo dopo il traverso, che raschia il fondo delle tue energie mentali, raggiungi l’agognata e “facile” fessura di Luna Nascente, dove la “botta” di adrenalina ti riempie di gioia e di entusiasmo, ti senti come liberato. 

Mancano gli ultimi tre tiri di Luna Nascente, ma ormai li conosci: senza mai perdere l’attenzione, li scali rilassato godendoti i bellissimi movimenti che il granito della valle ti porta a fare; in quei momenti il mondo non esiste, i colori autunnali dei boschi brillano al sole del pomeriggio e fanno da sfondo a una giornata perfetta (quasi perfetta.. a tirar fessure mi è tornata l’ernia p…o p…o).

 

Una rocambolesca discesa in doppia suggella la giornata. Attraversiamo la Valle all’imbrunire, coccolati dai campanacci delle mucche al pascolo, saliamo in macchina e distratti ce ne andiamo da questo paradiso senza quasi guardarci indietro. Siamo già stati ingoiati dalla civiltà, con i suoi messaggi e telefonate e nella frenesia del traffico torniamo verso il nostro recinto urbano.

 

 Qui trovi la Relazione della via

12/10/2017
Manuel sulla L2
seduti comodamente in sosta
sula difficile placca tecnica della L4
l'effimera fessura della L6
Sul famigerato traverso
sulle ultime lunghezze di Luna Nascente