
Il silenzio della mia tranquilla esistenza è stato infranto da un lampo digitale: un messaggio inaspettato dal Tenente Maraja. Il testo recitava: "Ue, vieni sabato a fare cascate al Sempione".
Ero in attesa di una mobilitazione, certo, ma non così repentina. La mia prima volta sul campo di ghiaccio verticale. Dopo un briefing ultrarapido sull'equipaggiamento ("Porta roba, non morire di freddo"), ho passato quarantotto ore in uno stato di euforia, con un unico, cruciale dubbio che mi trapanava la mente: "Riuscirò a divertirmi senza congelarmi l'anima ".
Ritrovo ore 05:25. L'orario da incubo non mi ha minimamente scalfito. So che non sarò solo. Il Generale Milesi - la cui puntualità è leggendaria quanto la sua resistenza - è, come al solito, la prima bandiera piantata sul punto di ritrovo. Io, fedele alla mia tradizione, mi presento con un canonico +2minuti, sul tempo stabilito. Arriva un massaggio: "Dove sei?". Risposta sibillina: "1 minuto". Ho capito subito l'aria che tira: il Generale era carico a pallettoni quanto me. Dopotutto, anche per i veterani è la prima battuta di caccia stagionale, al ghiaccio verticale.
Il Tenente Maraja, invece, si presenta con un fusorario tutto suo +8minuti. Lascio alla vostra immaginazione i caldi e affettuosi dialoghi che si sono svolti durante quei sei minuti di attesa forzata. Si parte, con l'unica sosta a casa del Colonnello Fede Mariani. La notte ci inghiotte e, quando l'alba è ancora un miraggio, siamo al passo, manca poco alla falesia di ghiaccio.
Dopo una spiegazione sulla modalità di progressione, l'alto comando stabilisce le squadre. La decisione è insindacabile: Generale-Colonnello e Tenente-Soldato. La temperatura non è artica, ma "ottima". Il ghiaccio è malleabile. Ho imparato in fretta la lezione: troppo freddo e il ghiaccio diventa cemento armato (martellate e bestemmie); troppo caldo e diventa fragile come un ego ferito.
I veterani, Maraja e Fede, aprono la pista. Sembra che i nove mesi passati dall'ultima volta non abbiamo minimamente intaccato la loro efficienza.
Tocca a me. Scelgo le picche, ne abbiamo in abbondanza. Mi faccio coraggio e parto.
L'auto-analisi è impietosa. Loro hanno un movimento disinvolto, rapido, e soprattutto efficace. Io, invece, sono l'incarnazione della lentezza, della goffaggine, e dell'inefficacia. Arrivo al mio socio sfinito, e capisco due cose: ho una paura fottuta a fidarmi dei miei piedi e le mie picche non vogliono uscire dal ghiaccio, neanche con le preghiere. Tornato alla base, il Tenente mi osserva. La sentenza è fulminea: le punte dei miei ramponi spuntano dagli scarponi come un timido congedo. Stavo praticamente picchiando con la gomma dello scarpone. Il risultato? A fine giornata il dolore ai pollicioni si farà sentire....
Ci spostiamo a destra, sulla traccia dei nostri compagni. Dalla base, il passaggio sembra più "interessante": un muretto verticale di circa 3 m a metà del percorso. Non entrerò nei dettagli della mia rosicata epica per superarlo, ma posso confermare di aver sperimentato il vero, doloroso significato di sentirsi "tumefatto". La terza ripetuta, più abbordabile, è stata un sollievo. Sarà stata la maggior confidenza con il materiale, o forse il fatto che ormai ero troppo stanco per avere paura. Si torna giù.
Pausa tattica per la birretta di rito, e dritti verso casa. La giornata è finita. Sono distrutto, ma non vinto. Ho la consapevolezza che questa è stata solo l'apertura delle ostilità. Il ringraziamento va ai compagni di cordata che, oltre ad avermi supportato, hanno avuto la pazienza di trasmettermi la profonda passione per questa attività.
By Pagiskin





