GLI ZINGARI DI ZERMATT

GLI ZINGARI DI ZERMATT
Regione: 
Benestante
Tempo di percorrenza: 
Inestimabile
Difficoltà: 
Trovare parcheggio
Segnavia: 
Seconda stella a destra

Quando ormai un secolo e mezzo fa chiesero a Whimper cosa lo spinse a salire il cervino lui rispose semplicemente "Perché è lì!".

È con questo motto inattaccabile che decido di proporre la salita al solito Teo Re, che prima ancora di aver finito di leggere sta già togliendo le ragnatele dai suoi Phantom tech.

Il tutto inizia dal mio garage, dove il mio compare mi troverà in stato confusionale in mezzo al materiale sparso indecorosamente a terra, scena che farà rivivere in lui traumi ancora irrisolti.

Compongo lo zaino e inizio a mettere in dubbio la logistica faticosamente pianificata nei giorni precedenti, e dopo quelli che dovevano essere "due spaghi al volo", e che si trasformarono invece in abbuffata con annesso abbiocco, partiamo verso la terra del Don Mario.

Oltrepassiamo il confine, questa volta senza essere perquisiti dalla gendarmeria, e approdiamo a Tasch, una ridente cittadina la cui economia sembra basata esclusivamente sui parcheggi.

Giriamo come dei clochard in cerca di un posto senza divieto di campeggio, e individuato l'unico fazzoletto di terra ancora non vittima del capitalismo, montiamo il letto del cubo libre ed entriamo nel mondo orizzontale.

Il giorno seguente giungiamo a Zermatt, e tra negozi della Rolex e altri contesti signorili passiamo tra i danarosi turisti riconoscibili come pesci fuor d'acqua.

Da qui camminiamo fino alla stazione di arrivo della funivia, dove mentre ripristino il livello di ossigeno nel sistema circolatorio guardo gli altri alpinisti scendere freschi dalle cabine.

-"guarda i ricchi che iniziano da qua a camminare"

-"ricchi, ma poveri di spirito", risponderà con il giusto tono giudicante il mio socio, vedendo una lunga fila di anime perse che salendo su quella macchina del demonio che è l'impianto di risalita hanno lasciato agli svizzeri etica e dignità, oltre che 22 franchi

Da qui raggiungiamo il rifugio, nel quale non pernotteremo per non sborsare la esosa cifra di 150 (!!!) franchi.

Rivediamo nuovamente la logistica e decidiamo di tirare dritto fino alla capanna Solvay, più vicina all'obiettivo, più tollerante e soprattutto più gratuita.

Ci arriviamo dopo immane sforzo fisico, constatando le tristi conseguenze di 3 mesi di non allenamento.

La notte scorre lenta tra mal di schiena, cervicale e altri malesseri derivanti dal mio materassino non troppo ergonomico.

Interviene la sveglia delle 5.28 a porre fine a questo strazio, e dopo un’ora necessaria ad avviare il sistema operativo siamo fuori dal bivacco.

La sveglia definitiva arriva sulla placcah mosleyh superiore, dove non v'è traccia della corda fissa menzionata nella relazione e che verrà quindi superata con gesto atletico e grazia di uno gnu in un punto vendita swarovsky.

Proseguiamo su marcioni raggiungendo la cuspide sommitale, dove al non allenamento si aggiunge anche la quota ad aumentare il tormento della salita. Ci raspiamo penosamente sugli ultimi canaponi, il guadagno in velocità ottenuto dal procedere slegati è vanificato dal mal di gambe derivante dai 2400m di dislivello del giorno prima.

Arriviamo sull'ultimo pendio nevoso, che farà vacillare la mia fede e rischierò di maledire la mia etica anti funivie. Prima che la perdizione si impossessi totalmente di me scorgo però la statua di san Bernardo, che in una fantozziana visione mistica mi riporta sulla retta via e mi conduce alla cresta finale, da cui è cima.

Consumati i riti di vetta, iniziamo la discesa, dove il massiccio peso della corda faticosamente portata per tutto il tempo nello zaino non ci aiuterà che per la miseria di tre doppie.

Dopo 5.30 interminabili ore a culo indietro rimettiamo piede sugli orizzontali orizzonti dei sentieri, da cui con gioia e liberazione ci trasciniamo a baho, in mezzo a borghesia e perdizione.

Da qui l'elvetico mostro di lamiera (aka treno rosso) verrà appestato dal nostro olezzo alpino, e in breve i nostri resti sono a bordo del cubo libre, direzione Garlate.

Importante sottolineare che le telecamere della pedemontana non rileveranno il nostro passaggio; che ci abbiano eletti ad entità superiori, o che a causa della lentezza abbiano scambiato il cubo per un veicolo a trazione animale non lo sapremo mai, so solo che da lì a poco perderò i sensi sul mio divano senza passare dal via (e dalla doccia).

Chiudiamo soddisfatti questo capitolo, che sia l'ultimo dell'estate?

Questo lo scopriremo solo sopravvivendo, per ora da Garlate city è tutto, adios compagni!

18/08/2025