
"Il rapporto di amore e odio per le pareti di 1000 metri", scriveva tale Milani Capialbi, aka Scienza, nel lontano 2020, dopo aver salito queste colate nere di calcare e sudore che solcano la Nord Est del Crozzon di Brenta.
All'epoca dei fatti avevo appena iniziato ad abbandonare la qualifica di padawan, e probabilmente dopo aver letto la relazione per curiosità, avrò pensato: "si, bella sei bella, facciamo che adesso però cerco qualcosa di fattibile".
Passano gli anni e la via inizia a sembrarmi sempre un po' più umana, finché inizio a scalare con il Teo, noto ormai alla stampa come Chierichetto del Don Mario, che a causa della lunga esposizione all'aria di Garlate presenta i tipici sintomi, quali masochistica ricerca ed entusiasmo verso fatica fisica e guai, nonché riluttanza all'impiego di mezzi economicamente sconvenienti.
Dopo un luglio di maltempo che mi ha visto più impegnato con decespugliatore e pennelli piuttosto che con corde e chiodi, giunge da 3b meteo la promessa di 3 giorni di meteo dignitoso.
Il viaggio parte dal bel paese, dove vengo prelevato dal residence Maraja dalla Punto grigio povertà del Teo, che viene lanciata a bomba verso Madonna di Campiglio.
Sulla strada scorgiamo un presagio di sventura, un pullman calcio Como (aka colonia lagunare garlatese), che viene sorpassato in segno di superiorità.
Superato con sdegno il rifugio, lusso che mal si addice a noi obreros, piantiamo la mia tenda highlander da 19.90€ e ci ritiriamo al mondo orizzontale.
Per una piccola falla nel sistema logistico però ci siamo assopiti alle 20.30, o meglio, io mi sono assopito russando vistosamente, mentre il mio compare sarà per il sopracitato motivo costretto a diverse ore di veglia.
Ore 4.58; la sveglia suona spietata due minuti prima delle 5, visto che per qualche incomprensibile motivo al mio socio non piacciono i numeri pari, ma aperta la tenda notiamo di essere immersi in una nebbia degna delle pianure di Seregno, pertanto ci decomponiamo un'altra ora nei nostri sacchi a pelo.
Ore 5.58 (non 6.00 per il motivo di cui sopra)
Le nebbie si sono aperte, e con esse anche le fatiche dell'avvicinamento.
Salgo il primo tiro, e incoraggio il Teo con un: "dai, ne mancano solo 17", con un senso dell'umorismo paragonabile al "tombola!" gridato al secondo numero estratto.
Da qui iniziamo a non trovarci con la relazione in nostro possesso, e a procedere ad intuito sovrastati da un inquietante muro giallo e nero.
Le ore corrono, e con esse i tiri, arrivando a contarne 9 prima di giungere alla base del chiave.
Verrà amministrato dal Teo, e darà il via a un loop di "molla tutto" accompagnati da insulti alla putrida relazione Sass Baloss, che probabilmente salirono la via sotto effetto di sostanze allucinogene.
Giungiamo al cospetto di due tiri da 20 metri, che concatenerò su consiglio del mio compare, che pagherà questa scelta trovandosi da primo al secondo tiro chiave, che gli richiederà anche una casimirata.
Dopo un numero incalcolabile di altri tiri giungo dove le difficoltà dovrebbero calare. Dovrebbero perché mi trovo invece su un muro nero, che la mitica relazione descrive invece come un diedro di IV.
"Passano poche ore e sei di nuovo nella ruota", disse un tale Renton, probabilmente giunto a questo punto della parete tra una ripresa e l'altra di Trainspotting.
Dopo 20 strazianti lunghezze mi rendo conto che siamo in quella che i Baloss descrivono come la S13... dopo essermi domandato se avessero scalato con corde da 150 metri, capiamo che bisogna iniziare a correre. Ma di brutto brutto brutto né!
Via, altri tiri, fino a contarne in totale 24 + rampa di uscita... è cima!
"Houston, here tranquillity base", suggerisce il paesaggio sassoso e quasi lunare della vetta.
Non perdiamo tempo nello scattare una foto che possa catturare la tumefazione che solca i nostri volti.
Qui ci abbandoniamo ai generi di conforto faticosamente issati in cima, quali slinzega, n'tòc de furmaj, e del genepí, che Teo trasportò valorosamente rinunciando ad un piumino, pensando che, in fondo, il potere termoregolatore dei due oggetti fosse bene o male il medesimo.
Al bivacco facciamo conoscenza di due vecchietti di monaco, usciti dallo spigolo Nord, che annunciano l'arrivo di un'altra cordata alle loro spalle. Cordata che non giungerà mai alla salvezza e bivaccherà in parete.
Al momento di perdere i sensi nelle brandine uno dei nostri due nuovi amici mi offre un fazzoletto, per prevenire il mio russare ed evitare la veglia che toccò al Teo la notte precedente.
Ore 5.30: i teteschi di Germania iniziano la loro discesa, mentre noi, con totale sprezzo del buon costume, ci concediamo di protrarre la nostra copanata fino alle 8.30.
Iniziamo la discesa, mentre i tizi del bivacco in parete vengono amabilmente giallonati dal soccorso Austriaco, e in un paio d'ore e numerosi sassi disgaggiati arriviamo sulla vetta della cima Tosa.
Qui facciamo amicizia con due indigeni, confidando che ci saranno d'aiuto nel trovare la via di discesa.
Ci troveremo invece a farli calare sulle nostre corde e insegnare ad uno di loro come fare una doppia, sperando che la scuola Renzo Cabiati mi riconosca gli straordinari.
Da qui abbandoniamo i nostri nuovi amici e ci spazziamo a valle, dove ci aspetta prima la navetta, che verrà appestata dalle nostre puzzolenti carcasse, e poi la inarrestabile Fiat punkto del 2003.
"Pan d'un dè, vin d'un ann e na machina de vint'ann"; con circa queste parole e due pizzette surgelate finisce questa grande avventura.
Da Maraja è tutto, linea in studio!